Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

giovedì 30 dicembre 2010

WE HAVE TO GO BACK? Dialoghi paranoici con se stessi


Sta per cominciare l’ottava stagione di Lost, quella incentrata su... Ma cosa scrivi? Lost è finito, non lo sai? E poi casomai sarebbe la settima, non fare confusione! Perbacco, Lost è finito, lo sanno tutti, e il finale non è nemmeno piaciuto poi così tanto! Ma dai!? Vuoi dirmi che sono riusciti a sciogliere tutti i misteri dell’Isola? Ma se ci vogliono almeno sedici stagioni per rispondere a tutto! Si caro, è addirittura uscita l’Enciclopedia di Lost! Pensa: hanno raccolto tutti gli epiteti usati da Sawyer. Mr. Clean! Allora dimmi: cosa c’è al centro dell’Isola? Facile: la fonte dell’elettromagnetismo che il fumo nero vuole controllare attraverso una ruota per andarsene dall'Isola. E che razza di spiegazione sarebbe questa? E i numeri per esempio, dai dimmi di quelli?! Una fissazione di Jacob! Senti, le puntate finora le ho viste tutte anch’io e queste spiegazioni le ho già sentite, ma non mi hanno certo soddisfatto, pur facendo buon viso a cattivo gioco con i miei amici, specialmente quando scrivevo sui blog. Dammi quelle vere! Come quelle vere? Si quelle vere, autentiche, filologiche... che aggettivo devo usare?! Tutte le grandi storie hanno sempre un’appendice mediante la quale spiegare almeno gli aspetti più importanti della vicenda rimasti insoluti. E’ un patto di lealtà che l’autore deve assolutamente mantenere con lo spettatore. Non lo dico io, lo dice addirittura Hitchcock, sir Alfred!! Beh, guarda forse allora hai ragione tu! A parte gli speciali televisivi, che avevano più che altro il carattere della rimpatriata, è circolato solo un extra di pochi minuti nel quale alcuni poveri addetti (
ma che liquidazione, però!)
ai vettovagliamenti dell’Isola hanno provato a rivolgere delle domande a Benjamin Linus (pensa te, avere delle risposte... da Ben... ma ci hanno preso per...), ma lui li ha liquidati, quasi fosse il genio della lampada, dicendo che potevano porre solo un'ultima domanda, mostrando loro alcuni curiosi filmati (e ne aveva molti altri, ordinatamente raccolti, ma va...). Ma la statua a quattro dita? Che sia stata messa all'asta anche quella? Io ero rimasto che la Black Rock l’aveva centrata e abbattuta...

In preda ad un delirio paranoico/semiserio sono arrivato a Natale orfano dell'Isola e delle sue storie e mi sono chiesto, sulla scia degli scorsi anni, cosa sarebbe successo se mi fossi trovato ad attendere l'ottava stagione di Lost, anzi no la settima!

A ben vedere, dopo un'apertura della botola, un aeroplano che si spezza da un Altro punto di vista, un inseguimento automobilistico, un disco che va fuori giri e l'incredibile doppio binario (what if) che fa tutto sommato ricominciare la Storia per dirci che giungerà al suo termine proprio con un volo aereo, non sento il bisogno di arrovellarmi a ricercare le risposte che prima scherzosamente ho cercato, in minima parte, di richiamare.

Non sento nemmeno più il bisogno di capire se Lost ha aperto nuove strade nella scrittura televisiva o se ha lasciato il segno in altre opere e fatto scuola.

Sento però la mancanza che si prova quando hai seguito con ammirazione e devozione tutte le puntate, sapendo che non saranno come quando le hai viste la prima volta; la mancanza che si prova quando non puoi più vedere un nuovo film di Hitchcock o leggere una nuova storia di Conan Doyle; la mancanza che si prova quando le cose passano, ma hai la speranza che la forza evocativa dell'Isola e dei suoi molti abitanti (dai nomi altrettanto evocativi) devono avere lasciato accesa una fiammella, una (scia di) luce che non sia solo quella legata ai gadget natalizi. Se non candidati, erano/eravamo quantomeno tutti dei prescelti.

We have to go back?


martedì 2 novembre 2010

Mito e realtà

Spesso si è discusso, su questa Lavagna come altrove, sulla natura di Lost in quanto svolta epocale della serialità televisiva, come snodo decisivo della narrazione postmoderna (se non addirittura post-postmoderna), quasi fosse un nuovo paradigma, alla stregua del web 2.0 per la fruizione della rete. Senza scomodare Kuhn e le sue rivoluzioni scientifiche (che prevedono proprio slittamenti di paradigma spesso non riconosciuti subito, se non addirittura osteggiati, dalla cultura corrente), ci troviamo di fronte - a ormai sei mesi di distanza da The End - ad una disputa che ha ripreso vigore con la pubblicazione della Lost Encyclopedia, summa stampata di quanto abbiamo amato o odiato, ma comunque indefessamente analizzato, nel corso di sei stagioni. Molti hanno riposto speranze forse illegittime in questo volume ufficiale, contando su rivelazioni ulteriori che potessero far luce su misteri ancora insoluti della serie, su aspetti lasciati - a detta di alcuni - con troppa leggerezza all'interpretazione dello spettatore. In realtà, come ribadiscono Damon Lindelof e Carlton Cuse in persona, che firmano la prefazione:
“this text will not confirm nor deny your theories about the show. It will provide clarity, and it’s a great reference guide, but what it does NOT provide are answers to the great unknown. It was incredibly important to us to maintain the purposeful interpretive quality of the show, and although it is frustrating at times to puzzle things out for yourself, the show was called LOST for a reason”.
Ed è normale che sia così: probabilmente spiegazioni troppo puntuali avrebbero scontentato ancora più spettatori di quanti sono quelli rimasti delusi dal finale metafisico (consolatorio e pseudo-religioso, direbbero costoro), e di questo hanno mostrato chiara consapevolezza gli Autori, lanciandoci un ulteriore messaggio in questo senso con The New Man in Charge (l'appendice ironicamente didascalica con protagonisti Hurley & Ben uscita solo su dvd nel cofanetto della 6a stagione). A più forte ragione, risulterebbe insultante per la funzione stessa dello spettatore una spiegazione extra-testuale da ricercarsi su un volume posteriore alla conclusione della serie. Sicché, la Lost Encyclopedia è quello che promette, né più né meno: un compendio enciclopedico di luoghi, fatti e personaggi che sono stati visti nella serie - peraltro in una confezione da collezionisti che risulta oggetto irresistibile del desiderio per l'appassionato.
La cosa più vicina è un prontuario di mitologia: per certi versi, ricorda a chi scrive, a parte la veste grafica, quella Mitologia classica del Ramorino (edita da Hoepli) che alcuni di noi hanno consultato in gioventù. E questo paragone ci riporta ad uno dei temi più caldi della disputa sulle spoglie di Lost: si è trattato di un vero mito? Abbiamo davvero assistito alla manifestazione televisiva di una narrazione mitologica?
Possiamo misurare la natura mitologica di Lost muovendoci lungo tre coordinate di riferimento, quella della comunità, quella del contenuto e quella della struttura. Lost è un mito perché fonda una comunità - e poco importa che essa sia prevalentemente virtuale e internazionale: ha i suoi riti, ha il suo codice di appartenenza (il suo ethos, se vogliamo) - e da questa comunità è alimentato, attraverso le interpretazioni, gli approfondimenti, le stesse idee nate tra gli spettatori che sono state cooptate nella narrazione (pontifex di questa comunicazione è il buon Hurley). Ma Lost è un mito anche per il contenuto della sua narrazione, che è il racconto delle origini ed anche delle cose ultime: l'aver proiettato il senso dell'Isola in illo tempore, con gli atti di quelli che Eliade chiama esseri soprannaturali, e il senso dei personaggi in un futuro escatologico (uno stato ulteriore dell'essere, non già un mero aldilà più o meno paradisiaco) conferma l'idea che Lost abbia voluto fin dall'inizio parlarci di temi universali, che trascendono - ma elevano a esemplari - le vicende dei personaggi. Infine Lost è un mito per la sua struttura, che è aperta ad ogni possibile ri-narrazione (chi scrive ha sostenuto altrove che si possa trattare del primo serial open source, dal momento che adesso il suo codice sorgente è stato rilasciato ed è personalizzabile da chiunque) e ad ogni completamento, visto che le sue estremità cronologiche si perdono nella notte dei tempi da una parte e in un futuro atemporale dall'altra.
Lost è un cerchio, ma anche una retta: si tratta di un mito che si presta a letture cicliche (caratterizzate dall'equilibrio tra il bianco ed il nero) e a letture teleologiche (con un'affermazione finale del bianco). Le risposte al great unknown, alle domande di senso, le lascia a chi ascolta - e poi racconta a sua volta, come in un memoriale - come ogni mito che si rispetti.

martedì 21 settembre 2010

The Event può essere l’erede di LOST?

Un aereo che parte e che viene obnubilato da quello che sembrerebbe un campo EM. Salti temporali nel sistema narrativo. L’ipotesi del complotto. Gli Altri. Un evento che pur riguardando un ristretto numero di persone sembra rimandare alle sorti dell’intera umanità. C’è chi sa - o sembra di sapere - e altri che non sanno - o sembra che non sappiano. La storia dei personaggi che s’intreccia nel presente e nel passato secondo la struttura del FB. Il telespettatore è chiamato all’evento e a parteciparne, secondo la logica, come scrisse F., del web 2.0. Per ora siamo tutti sullo stesso piano.


Può essere effettivamente inteso LOST come testo “canonico”, nel senso di imprescindibile, da un punto di vista mentale, per il cinema e la fiction, come si diceva una volta, d’avanguardia?


The Event può essere l’erede di LOST?


venerdì 3 settembre 2010

L'importante è finire...

La sera prima che andasse in onda il tanto atteso episodio finale di Lost, televisivamente parlando, è andato in onda un altro tanto atteso evento. Era l'episodio conclusivo di una serie italiana iniziata qualche anno prima.

Il regista aveva deciso di lasciare. I suoi attori, all'apertura della nuova stagione, sarebbero stati diretti da altri. Quella sera sarebbe stata la più importante. Non contava più come fosse iniziata la storia, come si fosse arrivati sin lì, quali successi fossero stati raggiunti prima... quella sera veniva messa la parola fine. Il cerchio stava per chiudersi. Il cerchio doveva essere chiuso in modo spettacolare. Ed è finita in modo spettacolare.

Quella sera, anche gli acerrimi detrattori di quella serie (quindi anche la sottoscritta, eh eh) hanno compreso la spettacolarità di quel finale.
Se, al contrario, quel finale non fosse stato così spettacolare... beh, oggi, quel regista, nonostante la bravura dimostrata, verrebbe ricordato - non solo dai fan di quella serie - esclusivamente per aver bucato l'episodio finale, quello più importante.

Questo è capitato a Lost. E le ulteriori prove sono le recenti assegnazioni dei premi Emmy.
Un'amara sconfitta. Lost lost. Lost ha perso.
Aveva ricevuto, agli inizi di Luglio, ben 13 nominations.
Quale miglior addio? Chiudere e portare a casa dei premi!!!

Anche Fox (dal mio punto di vista, in modo immeritato) aveva portato a casa una nomination.
O'Quinn ed Emerson avevano ottenuto la nomination per stessa categoria. Meritavano entrambi quel premio.

Il Gatto e la Volpe gareggiavano (oltre che in altre categorie) soprattutto in quella riguardante la miglior sceneggiatura.
Vincere in questa categoria avrebbe avuto un duplice effetto: essere ripagati per l'egregio lavoro svolto in questi anni e soprattutto mettere a tacere le innumerevoli critiche piovute da ogni parte del mondo (per citare il "regista" sopramenzionato, il Gatto e la Volpe avrebbero potuto rispedire ai mittenti le critiche con un bel "Noi l'Emmy voi zero tituli!" ).

C'era Giacchino (a Febbraio si era portato a casa un Oscar!) e gareggiava anche la Mitchell, la tanto amata e compianta Juliet... invece...

La (sesta) serie, l'episodio conclusivo, il Gatto e la Volpe, Giacchino, Jack insieme a Locke, Ben e Juliet... non ce l'hanno fatta. Forse i malumori scaturiti da "The End" hanno giocato un ruolo fondamentale nelle decisioni prese da chi doveva votare.

Questa sesta stagione, questo finale che tanto ha amareggiato migliaia di fan... sono tornati indietro come un boomerang... che ha colpito coloro che lo avevano lanciato.

P.S. Per la serie "coincidenze alla Lost"... 13 nominations come 13 i commensali dell'Ultima Cena, fonte di ispirazione per le immagini promozionali della sesta ed ultima serie (anche se nelle due versioni i presenti sono 14). I superstiziosi non amano il numero 13, soprattutto e ovviamente a tavola. Il 13 a tavola non porta bene (ne hanno messi 14 per allontanare cattivi presagi?).
La scelta di una simile immagine (ispirarsi ad un dipinto di 13 persone a tavola) e ben 13 nominations... i segnali... riguardanti il fatto che le cose non sarebbero andate poi così bene... c'erano tutti???

lunedì 9 agosto 2010

Spin off, il mondo dell’apocrifo

Tutto ciò che ruota attorno ad un'opera e ne contribuisce, sia pure in minima parte, al successo, in fondo chiede di sopravvivere. E ancora: quante volte non ci capita, specie nel contesto televisivo, di pensare che quell’attore (sopravvissuto) l’abbiamo già visto in azione, magari in un ruolo minore, nella nostra opera preferita? A me è capitato – visto che anche Lost ama citare le Serie statunitensi – rivedendo in azione l’ormai compianto Paul Benedict, l’Harry "Bentley" (tanto per rimanere sul “filosofico”) della fortunata sit-com The Jefferson: lui per me continua a vivere in “quel” personaggio” e tutto ciò che gli sopravvive, senza continuarne la vicenda, mi pare… apocrifo!

Meno prosaicamente, fin dall’Amleto di Shakespeare tutti gli spettatori più attenti si sono chiesti quale fine potessero aver fatto Rosencrantz e Guildestern tanto che, se proprio lo vogliamo, la loro vicenda è diventata il prototipo del concetto dell’odierno spin off. Tom Stoppard, in particolare, non si è fatto sfuggire l’occasione di raccontarcene l’epilogo, grazie alle memorabili dispute verbali in atto tra questi due personaggi, risultati tanto marginali quanto determinanti per lo sviluppo della tragica vicenda (tenteranno di tradire e in fondo di contribuire alla morte di Amleto, ma il destino seguirà altra strade…). A ben vedere, la moltiplicazione infinita delle storie ha origini ben più antiche, sia in Oriente (le Mille e una notte, tanto per fare un esempio) che in Occidente (le Metamorfosi, tanto per pareggiare i conti con l’Est) per non parlare della Bibbia o delle moderne impronte narrative segnate da Borges. Cervantes, per difendere il valore della propria narrazione, arriva addirittura a dialogare con una versione apocrifa del Don Quixote...

La stessa immagine di Lost è di per sé una e molteplice: lo show costruisce, ricostruisce, interlaccia storie e personaggi nello spazio e nel tempo. Vorrebbe essere una storia (una grande scatola) che contiene tutti gli sviluppi possibili. Lost si spinge addirittura a fornire orientamenti e risposte interne alla narrazione rimandando al suo spazio esterno, spazio composto ora da un vastissimo universo (citazionistico) come quello letterario, cinematografico, televisivo, etc. (in senso lato potremmo chiamarlo culturale, anche di segno pop), ora da vere e proprie esperienze parallele (a loro volta citazionistiche) quali sono state prima tra tutte la Lost Experience per giungere fino alla più recente Damon, Carlton and a Polar Bear.

Insomma, tutta una grande deriva per andare incontro ad uno spettatore che quando si appassiona non vuole che la storia finisca, ma che allo stesso tempo appare consapevole, quasi certo, che ciò che sarà sopravvissuto, anche di marginale, difficilmente si rivelerà all’altezza. Sentimenti contrastanti, dubbi amletici… mescolati a del "sano" merchandising. Difficile perciò separarsi da Lost, andare oltre anche solo al suo expanded universe, ovvero tutto ciò che, pur non indispensabile, gli ruota attorno. Ci sono ad esempio i dieci minuti extra in uscita col cofanetto, già circola(n)ti in rete per altro. Ma vale la pena di (ri)percorrere, magari in modo più massiccio, questa via? Provate a chiedere cosa pensano i fans di Star Wars di libri, fumetti, cartoni animati rieditati… in modo “apocrifo".

Sì, dobbiamo fare in definitiva i conti con la tentazione dell’apocrifo (in senso lato, prequel, sequel o spin off che sia) quasi una brutta copia, quasi un gemello cattivo, la tentazione di coprire in qualche modo “i buchi” lasciati aperti dallo script originale. Concludo a tal proposito con il classico “gancio”, atterrando su un piccolo pianeta dell’expanded universe di Lost…

Gli autori ci hanno raccontato fin dal pilot la storia “dell’anagrammatico” Gary Troup, autore del “pessimo” Bad Twin (se ho ben capito si tratterrebbe di Alexander, il gemello cattivo di un certo Clifford Widmore) personaggio finito direttamente risucchiato nella turbina ancora in azione dell’aereo in pezzi, come risucchiato, ma dal fuoco, finirà il manoscritto (spintovi da Sawyer). A parte l’intrigante riferimento ad un gemello cattivo e all’idea di una sorta di bozza di sceneggiatura subito esibita in scena, la fortuna e la sorte toccate a Bad Twin e al suo autore mi fanno pensare a come nel raccontare una storia, per quanto avvincente, ci sia la necessità ad un certo punto di mettere un punto fermo, di operare un taglio netto, anche perché con il passare delle seasons, la fruizione diviene via via più complessa, specialmente per chi non è un fan (addirittura alcuni gruppi di puntate, se non stagioni come osservato da Virginia, risultano vere e proprie digressioni). Alla fine risulta forse meno tragico vedere Gary Troup finire nella turbina dell’aereo del sentirsi dire, quasi con nonchalance, che le domande generano altre domande o del doversi sorbire astruse teorie sui possibili significati del finale open source (come lo ha chiamato Faramir, anche in relazione all’intero show) di Lost.

Ma, come ogni teoria o regola che si rispetti, chi vi scrive ammette una sola ed unica eccezione…




Ditemi che fine hanno fatto, per favore?!

domenica 18 luglio 2010

Arrendersi al proprio destino

Un’isola per arrendersi al proprio destino…

Ci
sono luoghi nei quali l’uomo viene sottoposto alle prove più estreme, quasi messo di fronte alla morte: in quei momenti – è opinione comune – ti passa tutta la vita davanti, quella che è stata e quella che poteva essere. A pensarci in questi termini Lost non sembra nemmeno una serie televisiva complicata, anche se in verità lo spettatore appena sembrava aver assunto dei punti di riferimento significativi si è puntualmente trovato spiazzato dalla moltiplicazione dei personaggi, dei punti di vista, dei piani narrativi. A pensarci dopo qualche settimana dalla sua conclusione Lost non ci ha ancora lasciato: ancora adesso, nell’impazzare dell’estate, guardando una spiaggia tropicale, un aereo decollare o sentendo scandire semplici quotidiane battute, la forma mentis che ci siamo (più o meno comunitariamente) costruiti per seguire lo show non sembra avermi(/ci) abbandonato.

Un’isola per arrendersi al proprio destino…

Fin dall’episodio pilota, in compagnia di Jack e Kate sulla spiaggia, abbiamo assistito al tentativo di ricucire gli strappi, le ferite che la vita lascia su di noi, magari senza essere troppo schiavi del tempo, tutti persi su un’Isola catalizzatrice e “cicatrizzatrice”. Lo spettatore è stato attraversato da citazioni letterarie, cinematografiche, televisive, si è posto domande fisiche e metafisiche, ha cercato di tirare le fila di una Serie che nemmeno gli interpreti stessi, per loro stessa ammissione, hanno seguito integralmente sul piccolo schermo, anch’essi in gran parte ignari del quadro che si stava componendo col passare selle varie Seasons.

Un’isola per arrendersi al proprio destino…
Forse perché l’idea alla base di Lost non è poi così complicata e in fondo, in barba ai detrattori, ha funzionato: l’intrecciarsi dei nostri destini dà senso alla nostra storia, alla vita e la morte che combattono dentro di noi; chiediamo solo che qualcuno conservi per noi un luogo nel quale tutto ciò possa sopravvivere, nel quale le leggi dalla fisica e della metafisica non siano così rigide da negare ai nostri sogni, prima o poi, magari dopo un’infinità di sussurri, di prendere forma e soprattutto sostanza; chiediamo solo che quel personaggio che tanto amiamo, perché in fondo ci rappresenta, abbia un ruolo importante nella Storia; chiediamo che le sue vicende, come le nostre, si incanalino nell’alveo giusto, verso un destino non perduto…

Un’Isola… perché tutti, stufi delle lotte tra Titani, sogniamo di abbandonarci al nostro destino.

lunedì 14 giugno 2010

We'll meet again














Ovvero, il post degli indizi che abbiamo "perso".

Let's say goodbye with a smile, dear,
Just for a while, dear, we must part.
Don't let the parting upset you,
I'll not forget you, sweetheart.

We'll meet again, don't know where, don't know when,
But I know we'll meet again, some sunny day.
Keep smiling through, just like you always do,
'Til the blue skies drive the dark clouds far away.

So will you please say hello to the folks that I know,
Tell them I won't be long.
They'll be happy to know that as you saw me go,
I was singing this song.

After the rain comes the rainbow,
You'll see the rain go, never fear,
We two can wait for tomorrow,
Goodbye to sorrow, my dear.


We'll meet again è una canzone del 1939.
Divenne molto famosa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il testo era semplice ma al tempo stesso carico di significati. L'intepretazione era duplice.
Chi partiva per una missione di guerra, non sapendo quale esito avrebbe avuto la missione stessa, sperava di poter tornare dai propri cari, dalla donna amata.
Chi restava invece, a piangere la perdita dei propri cari, veniva confortato da quel luogo imprecisato citato dal testo della canzone.
Non si sapeva dove, non si sapeva quando ma li avrebbero incontrati ancora.


Questa canzone, però, è stata anche utilizzata per chiudere l'ultima scena di un famoso film.
Una serie di esplosioni nucleari illuminano il cielo. Fine del film.
Il flm in questione è Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb.

Anche la quinta stagione, si chiudeva in modo simile. Un'esplosione e lo schermo illuminato di bianco (con una bella scritta nera, ... a rivedere quella scena, lo schermo appare "listato a lutto"). La canzone di sottofondo sarebbe potuta essere We'll meet again ma ... davvero troppo come indizio!
In tanti anni ho, abbiamo, individuato tanti e tali riferimenti ai quali Lost si è ispirato ... e uno, fondamentale, ci è sfuggito!
Ma è non è finita qui!
Dr. Strangelove è liberamente ispirato al romanzo Red Alert.
Ci fu una controversia in merito. Nello stesso anno uscì un altro film, Fail-Safe (ispirato ad un omonimo libro) Entrambi i film hanno una trama simile. (l'autore di Red Alert intentò una causa per plagio).
Fail-Safe si conclude con un'esplosione. L'ultima"immagine" è solo bianco abbagliante. Poi appare la scritta FAIL-SAFE.
Il film ruota intorno al fatto che una giornata come tante possa trasformarsi in un incubo. Che in un momento "Will have you sitting on the brink of eternity". Che un banale errore è in grado di scatenare spropositate reazioni a catena. Che, nostante si creda di poter contenere determinate situazioni, l'unica via di salvezza è quella di sacrificare, sacrificarsi in nome di un bene superiore. Perchè lo spettro potrebbe essere "There's nothing to go home to".

Torniamo a Dr. Strangelove. Il titolo, oppurtunamente modificato, ben si adatta alla condizione di Jack nelle ultime puntate della quinta stagione. Dr. Shephard ovvero: come imparò a non preoccuparsi e ad amare la bomba.
Una bomba. Jughead. E' scoppiata, non è scoppiata. Ha funzionato, non ha funzionato.
Per quanto riguarda ciò che ipotizzava Faraday: non ha funzionato.
O meglio, ha funzionato a metà. Non ha cambiato il passato e quindi nemmeno il futuro ma è servita (con buona probabilità) per generare un luogo imprecisato dove potersi incontrare ancora.
Sull'isola, invece, si è resa necessaria un'estrema procedura di fail-safe. Il Dr. Shephard va incontro al suo destino mortale. Salverà l'isola, i suoi amici, il mondo. Jack è il vero fail-safe.


Ma ... they'll meet again.

E veniamo così al momento dell'incontro. Mi sono, sino all'altro giorno, soffermata sul luogo dell'incontro, la Chiesa. Avevo perso di vista, quindi, il momento dell'incontro.
La reunion, il momento decisivo per ricordare ed andare avanti, è subitaneo la nascita del piccolo Aaron! Desmond stava preprando la strada ma il vero punto di svolta è la nascita di Aaron. Nasce e ... tutti sanno che devono andare ...
Bisognava aspettare che Aaron nascesse.
Sappiamo che Aaron, nella timeline line originale, è nato il 1 Novembre del 2004.
In questa timeline alternativa, la nascita di Aaron viene collocata all'incirca una settimana dopo il 22 Settembre.

Mi è così venuto in mente un particolare. Ricordate il famoso errore di continuità commesso da Gregg Nations? La famosa ecografia di Claire, quella che recava la data del 22 ottobre 2004?

Nations, in suo intervento su The Fuselage, disse "the date contains both a clue and an error". La cosa venne rabberciata e venne lasciato intendere che l'errore riguardasse il mese e che l'indizio si riferisse all'anno. Alla luce di quanto accaduto: credo che l'indizio fosse il mese e l'errore riguardasse l'anno. Credo quindi che le rivelazioni, rilasciate dal diabolico duo, fossero tese a depistare noi accaniti fan, quelli che non lasciano sfuggire il minimo dettaglio!

Il mese doveva indurci a pensare che il volo non fosse lo stesso. Che fosse altro. Quindi pensare a qualcosa di anomalo. Altro indizio la cicatrice di Jack (in altra sede, ad esempio, sia io che brunella avevamo sollevato qualche dubbio in merito alla "nuova" cicatrice di Jack. Brunella giustamente aveva fatto notare che risultava alquanto strano che un uomo, quarantenne, non si ricordasse di avere una cicatrice. Eppure nudo si sarà visto! Io avevo sollevato il dubbio in merito al colore. Troppo rosata, troppo visibile per essere una cicatrice di 30 anni e passa prima!) Oppure la stramba richiesta di Claire, accolta dal Dr. Goodspeed (Ethan non quello di The Rock! eh eh eh), di rimandare il parto (a travaglio iniziato e praticamente quasi a termine gravidanza!)

L'anno, e qui probabilmente risiede l'errore, non doveva essere visualizzato. Proprio per non dare una definitiva temporalità agli eventi sideways.
Sappiamo che non esiste un "ora".

Torniamo al momento della nascita di Aaron. Nell'economia dei fatti riguardanti questo giorno (1 Novembre) abbiamo dimenticato che l'evento (nascita di Aaron) è legato ad un altro rilevante evento (la morte di Boone).

Morte e nascita. Sull'isola, il 1 Novembre, finiva una vita e ne cominciava un'altra.

Ed ecco perchè il momento, per incontrarsi e ricordare, avviene nel giorno della nascita di Aaron. Lasciare una vita (quella sideway) andare avanti e iniziarne una nuova (quella oltre la luce)

Perchè quel giorno, quel momento simboleggiano il cosiddetto Circle of Life.

It's the Circle of Life
And it moves us all
Through despair and hope
Through faith and love
Till we find our place
On the path unwinding
In the Circle
The Circle of Life


Infine se aggiungiamo, alla data 22 ottobre, poco più di una settimana ... arriviamo giusti giusti al 1 Novembre.

venerdì 11 giugno 2010

Lost e l’età anarchica

Gian Battista Vico postulava tre fasi della cultura e della civiltà occidentale: teocratica, aristocratica e democratica. La terza fase sarebbe stata seguìta da un’età caotica (o anarchica), la quale avrebbe dato origine a una nuova età teocratica.


Harold Bloom riprende questa schematizzazione per interpretare la storia della scrittura occidentale. L’intero ciclo della scrittura occidentale rappresenta quello che lui chiama il canone occidentale. Il canone occidentale consiste propriamente nell’aspirazione di ciascuna opera a essere eccezione nel confrontarsi con la grandezza. Ci sono poi due tipi di opere canoniche; il primo è costituito da quel tipo di opere che restano una singolarità che mai assimiliamo del tutto; il secondo è costituito da quelle opere delle cui idiosincrasie restiamo schiavi.


A nessuno fa piacere sentirsi dire di competere con Dante o con Shakespeare, eppure, probabilmente, fu questa lotta per la grandezza a spingere Joyce a scrivere il Finnegans Wake, il quale - assieme a Proust, Freud, Kafka e altri - inaugura l’età anarchica. Non può esserci scrittura canonica senza un condizionamento difficile da digerire e di fronte cui aspirare all’eccezione. La tradizione non è solo qualcosa che si tramanda, ma anche un conflitto tra passato e futuro, tra ciò che si eredita e aspirazione alla sopravvivenza, la cui posta in gioco è l’inclusione nel canone occidentale. Il minimo comune denominatore del canone occidentale è il rapporto nevrotico con la grandezza, tra mitizzazione e annientamento. Dopo Dante e Shakespeare, non ci sono quasi figure che si liberano dall’ansia della grandezza; perché la grandezza riconosce la grandezza e da essa è annebbiata.


Personalmente, concepisco Lost come un fenomeno non soltanto televisivo, ma di scrittura. Che sia elitario o meno in questo contesto non m’interessa. Nè m’interessa il rapporto tra scienza, filosofia e teologia. Penso che faccia parte del canone occidentale nella sua fase anarchica. Come il Finnegans Wake di Joyce, Lost è smontabile e fa un uso serio-comico del ciclo di cui esso stesso fa parte. Ne è segno la banalità televisiva e la pseudocultura del web in cui è inevitabilmente collocato. Gli autori di Lost non hanno scelto i loro precursori, ne sono stati scelti. Hanno avuto però l’intelligenza di considerarli con-posti, e quindi scomponibili.


giovedì 10 giugno 2010

SUB LOST: the show only real when shared…

Lost è stata una serie innovativa sotto tanti punti di vista.

Uno dei più significativi è legato alle sue molteplici possibilità di fruizione. Tanto per rimanere alle principali: in diretta/differita/replica tv (satellitare e non), in streaming, in versione file video reperibile nei modi più diversi dalla rete (ma per lo più via p2p, ovvero file-sharing).

Gli stessi tempi di “visione/sincronizzazione” degli spettatori di varie piattaforme con la trama sono poi un aspetto tutto da sviscerare (dedicato a chi lo “spoiler” lo cercava qualche lustro fa solo come appendìce aerodinamica…).

Io vorrei soffermarmi invece su un’altra interessante questione: “il piatto di Lost” va servito in lingua originale, doppiato o con sottotitoli? Questione di gusti e di possibilità di accessus, mi direte! Sì, va bene, ma che dire di sottotitoli che hanno raggiunto il loro apice con più di un poetico congedo, più o meno citazionista (l’ultimo “Ci siamo… Nessun uomo è un’isola…” sembra muoversi tra John Donne e Thomas Merton) in diversi finali di stagione?

Oltretutto anche il sottotitolo, nelle diverse piattaforme, è soggetto ad una varietà di forme (letterale, riassuntivo, soggetto o meno a una o più revisioni).

Ringraziando, pubblicamente le varie èquipe di indomiti e “squattrinati” traduttori che hanno permesso in tempi record a milioni di spettatori di rimanere in pari con la Serie, mi chiedo quale valore (aggiunto) abbia avuto per molti di noi non avvezzi alla recitazione in lingua originale (anche per chi padroneggia “l’anglosassone”) seguire in tal modo la Serie.

La fruizione di Lost mi sembra confermarsi, sotto tale aspetto, realmente cooperativa, integrando anche con questo originale e imperdibile apporto dei "sottotitolatori" (che ci hanno regalato ulteriori emozioni con nick-names che più “pop” non si può) l’idea già medievale che un’opera appartiene ad una collettività: Lost è patrimonio e contributo di tutti, fin nei minimi ma non trascurabili aspetti.

Come in un grande casting, ognuno di noi finisce per ricevere la propria particina…

[…] DICONO CHE NESSUN UOMO SIA UN'ISOLA, MA NOI TUTTI INSIEME PER QUESTO FANTASTICO VIAGGIO, LO SIAMO STATI. GRAZIE. E PER L'ULTIMA VOLTA... (mentre l'occhio di jack morente si chiude) LOST.


sabato 5 giugno 2010

Il canone occidentale

Harold Bloom, il più amato e odiato storico, teorico e critico della letteratura del secondo Novecento, fra i più influenti e discussi conoscitori della cultura occidentale ancora viventi, spesso accusato di snobismo, ebreo newyorkese - ma che per essere più alla moda avrebbe preferito nascere “donna eschimese” -, nel suo libro più importante, cui ho barbaramente rubato il titolo del mio post, sostiene che nella produzione culturale occidentale esista, al di qua e al di là delle differenze, un filo rosso, un filo conduttore. Questo filo conduttore corre, sostanzialmente, sull’asse Dante-Joyce; raggiunge il suo acme in Shakespeare, e consiste nel tentativo di esprimere, mediante un’opera creativa, l’intera conoscenza umana dell’epoca e la relativa visione del mondo. Almeno che io sappia, Bloom si è occupato di qualsiasi forma culturale, eccetto che di cinema e di televisione (magari qualche suo scritto a proposito ci sarà, ma io non lo conosco).


Slavoj Žižek, sloveno, fra i più influenti filosofi a livello globale, ha inaugurato, ai massimi livelli, la tendenza di far dialogare cultura altissima (Spinoza, Hegel, Marx) con quella che si è soliti definire cultura pop: cinema, televisione; persino pornografia. Celeberrimo è il suo libro su Matrix (S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, Roma, 2002), dove egli espone, fra le altre tantissime cose, che gli autori si siano ispirati a Lacan. E’ autoevidente che la stragrande maggioranza degli spettatori di Matrix “bollerebbe” le asserzioni di Žižek come “fuori luogo”; ma questo per il semplice fatto che non capiscono una mazza di filosofia e che a lui non gliene fotte di farsi capire da loro. La democrazia, direbbe Žižek, non è parlare e/o farsi capire da tutti, ma avere la libertà di scegliere i propri interlocutori, fosse anche uno solo.

Lost rientra, a mio parere, nel “canone occidentale”, ne ha pienamente le caratteristiche, l’ambizione-illusione, tipicamente occidentale, di “sincretizzare” la conoscenza del tempo e la sua visione del mondo. Non importa se le tesi di fisica teorica e di teologia, secondo i parametri attuali, sono conciliabili tra loro o no. Quel che conta è il tentativo di aver provato a mettere insieme il sapere in-attuale secondo una prospettiva escatologica (il che, poi, non significa altro, etimologicamente, che parlare delle cose ultime). Lost, ci sono ottime probabilità, secondo me, sarà una pietra miliare della cultura occidentale del XXI secolo, perché, come tutte le opere significative, fa i conti col tempo e col senso.

giovedì 3 giugno 2010

Confession of a Lostaholic

Lostaholic lo son stata sin dall'inizio. E' stato un colpo di fulmine. Vista la prima puntata, ho capito che la passione sarebbe stata insana.
Nel tempo ho coltivato, quasi in modo maniacale, questo vizio. Ogni puntata forniva sempre quel qualcosa che andava ad alimentare quella voglia di sapere, scoprire, ipotizzare.

Io amavo Lost e Lost amava me. Alimentava, alzando anche parecchio la posta, la mia passione. Però, come spesso accade nelle storie di passione bruciante, arriva un momento in cui bisogna scrivere la parola "fine". Time to let go.
E Lost l'ha fatto.
Ed io mi sento come quelle fidanzate che, pur sapendo che la storia avrebbe avuto una fine, iniziano ad analizzare tutti i passaggi salienti della storia stessa. Iniziano a fare un bilancio e si scoprono intente a recriminare.

Lo confesso ... ... I'm not celebrating ... because you left ... you left me behind
Lost è andato avanti. Io invece sono rimasta indietro, mi ha lasciata indietro!

Sono rimasta indietro a chiedermi perchè lasciarsi in quel modo.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè non abbia voluto e potuto concedere anche a me il tempo per capire, ricordare e finalmente andare avanti.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè Lost, parafrasando le parole di Desmond, non abbia scelto la via del "I'm not here to hurt you, I'm here to help you ... to let go"
Sono rimasta indietro perchè non riesco ad accettare che "What's done is done"
Sono rimasta indietro a riflettere sulla famosa massima,"If we can't live together, we're going to die alone." E noi abbiamo vissuto insieme ...
Sono rimasta indietro perchè, proprio io e proprio alla fine, non riesco a dire "I believe you. I don't understand you, but I believe you".
Sono rimasta indietro a rimuginare che "I didn't sign up for this"
Sono rimasta indietro a riflettere in merito a "...blindly following someone in the hopes that they'll lead you to whatever it is you're looking for"
Sono rimasta indietro a compatirmi per aver dimenticato che è sempre stato " ... a leap of faith"
Sono rimasta indietro a consolarmi ricordando che ... "You're not the only one who didn't find what they were looking for".

Il pastore cristiano potrebbe dirmi "The problem is you're just not good at letting go."

E' probabile, sono una Lostaholic ... la speranza è che ... "We're all convinced sooner or later" ...


mercoledì 2 giugno 2010

Gruppo di controllo: quaderni dal sottosuolo

I fans di Lost hanno riempito il quaderno-web (un po' come noi riempiamo la Lavagna di Faraday) con le loro osservazioni: facciamo in modo che il tubo pneumatico della stazione Dharma non posti verso il Nulla...

Senza "togliere luce" ai post precedenti, con i quali vi invito a interagire, ho “spigolato” qua e là per voi, un po' come per le mie precedenti note di orientamento, alcune interessanti questioni.

Ve l'avevamo detto! (firmato: il Gatto e la Volpe) E' gioco-forza in questi giorni di congedo da Lost capire da quanto esisteva un finale. Grazie a Marco Romandini ho focalizzato che, mentre gli spettatori aspettano ben presto al varco gli autori con domande e forti attese, ai produttori non interessa poi tanto sapere come finisce una serie. I produttori, quelli che ci mettono i danèe, si muovono quando una puntata pilota funziona, sperando che poi ci sia abbastanza materiale per portarla avanti. Perciò liberiamoci, a mio avviso, dal pensiero che tutto fosse già definito, ma accontentiamoci, senza troppe polemiche “lunghe dieci minuti”, di accettare la bozza di idee all'origine.

E' altamente improbabile, infatti, che un autore seriale di telefilm presenti subito il suo finale. Quando i produttori di Twin Peaks finirono i soldi, indussero il grandissimo David Lynch ad affrettare una exit strategy, tanto che la conclusione della vicenda lasciò l’amaro in bocca ai più. A Lost, per fortuna, non è toccata questa sorte...

E' un film, e non un serial, ad aver bisogno, per essere valutato, di una conclusione più o meno compiuta. Romandini, infine, consiglia di leggere, a proposito della storia di Twin Peaks, Tennis, Tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) del compianto scrittore David Foster Wallace, che visitò il set lynchano di Lost Highway.

Poche idee, ma... confuse Grazie a Botta, come ha sempre sostenuto anche Alda Merini, ho avuto conferma che quando qualcuno ha le idee confuse finisce per inventare dei discorsi, spacciandoli per veri. Un'isola, dei naufraghi, un aereo, una stazione scientifica – butto lì quattro elementi, tanto per gradire - sono ingredienti con i quali - abbiamo visto - si possono costruire le teorie più disparate.

Invece, chiarire le idee, ricostruire attendibili citazioni e operare collegamenti inter-testuali è un altro paio di maniche.

MyLost Grazie a Sorry ho capito quanto ci si possa appassionare a questa Serie, perché capace di toccare con delicatezza e profondità vicende personali, quali possono essere un grave lutto o un forzato addio, nella speranza che prima o poi tutti noi ci ritroveremo con le persone amate. In tal modo lo spettatore, quando si toccano queste e altre corde così universali, finisce per vivere il suo Lost… e per scrivere il suo finale.

Siamo così sicuri di voler “sparare addosso ai pianisti”, insomma agli Autori, quando sostengono di voler concedere ai fans tale spazio di sogno (!) personale?

Dieci minuti Di assoluto rilievo, infine, che tanti (anche sulla nostra Lavagna) scrivano solo ora per la prima volta, sottolineando molto un aspetto, forse il più condiviso dei tanto laceranti dieci minuti finali: il cerchio si chiude solo quando i protagonisti sono pronti ad accettare la propria morte e hanno assolto i propri compiti. Solo allora passano oltre. Quando Jack sarà diventato, anche lui a tutti gli effetti, uno Shepard, ovvero un Pastore, il ritrovato padre gli spiegherà come stanno le cose, ricordandogli che bisogna portare a termine il proprio compito per avere le risposte, perché l'isola possa finire il suo tempo (... perduto).

In tal senso, non è sembrato ai più un finale deludente quello di Lost, anche perché ci sono film e telefilm a bizzeffe - per non non parlare di libri (vedere i Lostbooks curati da Faramir) - basati su legami con la vita terrena, che si spezzano solo quando i cari estinti non hanno più “questioni in sospeso”. E così “il paradiso può attendere” per Ben (il perdonato che non si perdona), probabilmente per Michael (ancora imprigionato in un sussurrante mondo di dantesca memoria), certamente per Ana Lucia (forse ancora preda di pulsioni assai terrene, quali il danaro), magari con Mr. Eko (ingiustamente non contemplato nella chiesa) che ha forse già risolto con la confessione e la fede le sue pendenze, senza bisogno di passaggi intermedi.

Continuiamo l'esplorazione dei tanti scenari che l'Isola ci ha regalato... attrazione fatale!


martedì 1 giugno 2010

Chiudendo gli occhi

Ci sono momenti nella vita, a volte brevi altre volte meno, che la caratterizzano spingendola con un soffio in una qualche direzione, imprimendole una traiettoria apparentemente obbligata.

Ebbene, in questi periodi le relazioni con l’ambiente che ci circonda e con gli altri divengono intense, morbose, oserei dire simbiotiche.

Sono quei segmenti di vita che alla fine dei nostri giorni, guardandoci indietro, ci appaiono chiari come un lampo che squarcia il buio, molto più che semplici ricordi, e ci accorgiamo che forse, hanno dato un senso alla nostra esistenza.

In ognuno di noi è chiaro questo elemento, questa scintilla che ci appartiene e che il nostro istinto tende a non sprecare e ad ognuno di noi è data almeno un’occasione per adempiere al proprio compito; non c’è bisogno di un’isola da custodire, nelle nostre vite non c’è alcuna necessità di salvare il mondo da un’implosione spingendo un bottone, perché all’interno delle relazioni createsi, ogni nostra azione è già importante poiché tesa a mantenere un equilibrio e fuori da questi c’è una trama ancor più ampia di relazioni, che sostiene il mondo.

Siamo ugualmente indispensabili nel bene e nel male proprio come i losties sull’isola.

In quest’ottica LOST diviene un inno alla vita e la scelta di missioni così forti e così importanti è solo un’opzione narrativa tesa ad esacerbare questo concetto.

A questo punto però, bisogna andare oltre la vita, si fa forte la necessità di avere, per ognuno di noi, un finale edificante che è poi, ciò a cui tutti aspiriamo, non fosse altro che per difenderci dalla consapevolezza e dalla insostenibilità della miserabile condizione umana; altrimenti a cosa è valso tutto quest’affannarsi? E dove andrà a finire quella scintilla di luce?

Ed è in questo preciso istante che nasce “The end”, un finale frutto di una scelta semplice ma non banale.

Semplice perché arriva diretto a tutti i livelli di consapevolezza, non banale perché omnicomprensivo di gran parte della mistica dal medioevo in poi e forse anche prima.

Cogliere e sentir proprio, nel senso di intimo, questo aspetto è fondamentale, perché rende inutile ogni tentativo esplicativo nei confronti di qualsivoglia aspetto tecnico.

Perché quando si riesce a cogliere l’essenza di una bella opera, le domande si fanno da parte e si rimane in contemplazione, sperando di rimanervi per chissà quanto tempo ancora.

Questa, è oggi ancora la mia condizione, e tenterò di prolungarla quanto più mi sarà possibile, per trattenere in me quel senso di appagamento dal retrogusto vagamente amaro; poi tutto svanirà e anche per me verrà il tempo delle domande, del gatto di Schrödinger, della fisica relativistica, della lotta tra destino e libero arbitrio e del senso religioso di Lost.

Non oggi però, non adesso, ho paura che chiudendo gli occhi tutto possa davvero finire.

Namaste

sabato 29 maggio 2010

L'altra vita di Daniel Faraday

Al discorso sviluppato sotto, vorrei aggiungere un contrappeso irrinunciabile, suggeritomi in gran parte dalla lettura e dal confronto d'idee sul forum italiano di Lostpedia, dove è stato messo in risalto un dettaglio che era incredibilmente sfuggito.

La luce che invade la chiesa all'apertura delle porte era forse così abbagliante da aver fatto perdere di vista a qualcuno la possibilità che la parte scientifico-razionale non dovesse venire necessariamente offuscata.

Ed ecco il dettaglio mancante: proprio il tanto citato (in passato) gatto di Schrödinger può servire a risolvere un'eventuale confusione della ragione.

Nell'intervento precedente, ho provato a descrivere lo scenario che segue la non-esplosione della bomba - lo scenario che ha portato all'isola come l'abbiamo conosciuta. I Losties, giungendo sul sito-Swan, hanno solo contribuito alla storia che volevano cambiare.
No, non è vero: la fisica quantistica permette di credere questo e il contrario di questo. Là, in prossimità di una fonte di intensa energia elettromagnetica, è possibile immaginare che un singolo evento si verifichi con due esiti diversi. La bomba non esplode, la bomba esplode.

E allora, è proprio come s'era pensato all'inizio: l'isola affondata vista nell'apertura della serie, non è altro che l'esito dell'esplosione della bomba. Da lì, si è generata una realtà alternativa, speculare a quella che noi spettatori conosciamo (di qui i continui riflessi dei protagonisti nello specchio), ovvero identica e insieme diversa da essa: stessi personaggi, in alcuni casi stessi ruoli, in altri diversi; ciò che conta, è che quasi tutti i destini sono cambiati, qui le vite dei "nostri" sono quasi tutte giunte a una forma di conciliazione, di realizzazione, di pace interiore. Ciò che non cambia mai, è che i loro cammini sono sempre - per una combinazione di coincidenze incredibile - destinati a incrociarsi.

Dall'esperimento, sappiamo che la scatola di Schrödinger, se non viene aperta, consente di fatto la coesistenza di due esiti diversi di uno stesso evento. E così, noi che seguiamo il punto di vista interno dei personaggi, abbiamo visto le due realtà dipanarsi parallelamente, entrambe REALI perché entrambe con lo stesso "diritto d'esistenza".
Tuttavia, se la scatola viene aperta, tale diritto viene meno, e il rapporto fra le due realtà passa da coesistenza effettiva a potenzialità reciproca. In poche parole: aperta la scatola, solo una delle due possibilità sarà visibile all'osservazione, l'unico criterio oggettivante. Dunque, solo una delle due possibilità sopravviverà.

Se già la natura oggettivante dell'occhio dello spettatore, per sua stessa inclinazione, tende di continuo verso il limite dell'apertura della scatola, nel momento in cui lo stesso fuoco dei personaggi inquadra lo stato delle cose, non c'è più modo di evitare l'apertura. Così Desmond, l'uomo in grado di sfruttare proprio l'energia EM per entrare in contatto con un altro tempo o persino un'altra dimensione, aprirà gli occhi (penso alle scene iniziali di molte puntate di Lost) e aprirà, lentamente, la scatola. Una volta visto cosa c'è sotto, sentirà il bisogno di mostrarlo a tutti.
Faraday, proprio lui, nella nuova realtà musicista tutto istinto e talento, preso da un attimo d'inconscia rimembranza, torna per qualche istante il fisico teorico che conoscevamo, si accorge egli stesso di "non appartenere a quella realtà", e ripropone uno schema rappresentativo di questa condizione.
Finché non c'è osservazione, entrambe le realtà sono ugualmente reali. E allora perché la cosiddetta ALT dovrebbe essere quella che verrà meno, che dovrà inabissarsi? Perché Faraday ritiene di essere fuori posto, là, proprio là dove tutti - tranne il povero Sayid - hanno trovato ciò che cercavano? E perché tutti, una volta aperti gli occhi e la scatola, una volta ricordata l'altra vita, sentono la necessità, se non il dovere, di "andarsene"?
Una spiegazione pseudorazionale: proprio l'autoconsapevolezza dei protagonisti dell'ALT, il loro essere gli "osservatori della scatola", li mette nella condizione di sentire la necessità di proseguire oltre, trovandosi in un paradosso esistenziale, o meglio trovandosi nella "prospettiva esterna" di osservatori.
Una spiegazione metanarrativa: un dovere "morale" verso la storia che abbiamo sempre seguito, alla quale ci siamo legati, alla quale sembrano incredibilmente più legati anche i personaggi dell'ALT, nel ricordarla, sebbene quella realtà, che è altrove, e nel ricordo, sia più dolorosa e difficile.
Probabilmente, a smuoverli è anche il ricordo della morte: e qui subentra, necessariamente e in maniera forse nemmeno invasiva, la componente mistica. Questo piano mistico si intreccia con quello scientifico, la realtà parallela è insieme un aldilà, in fondo l'aldilà, per definizione, non è che un altrove.
La visione/ricordo di un'altra vita, ma anche della morte in quella vita, spinge insieme a dover lasciare la realtà parallela, e ad andare oltre una condizione fatta solo di memoria, laddove ciò che è davanti agli occhi è sì reale, ma non ha più ragion (e cuor) d'essere, visto che ragione e sentimento sono entrambi, in un battito, anzi in un'apertura d'occhi, volati in un'altra realtà, la realtà che noi spettatori abbiamo seguito per sei anni: quella dell'isola di Lost.

giovedì 27 maggio 2010

La morte di Daniel Faraday

Mettendo da parte le discussioni emotive e tecniche sulla qualità del finale, non sarebbe poi così male provare a tornare sulla storia che abbiamo seguito per tanti anni. Alcune risposte che non sono state date, in fondo vengono da sé.

Con la scena trionfale della luce mistica che invade la stanza passando fra i due angioletti della chiesa, viene sancita, almeno in conclusione, la contemporanea sottoposizione della Scienza, che, proprio alla fine dei conti, si inchina alla Fede. Come a dire: quando finisce la vita in questo mondo, lì finisce anche ogni spiegazione del mondo stesso.

Su un piano concettuale, questo trionfo coincide anche con la sconfitta di Daniel Faraday: con la sua morte nella quinta serie, a conti fatti, era morto anche il lato scientifico di Lost. Da quel momento, i discorsi sul what happened, happened, sulle costanti e variabili, sui viaggi nel tempo, sul tempo quadridimensionale, e anche quello successivo (e solo potenziale) sulle realtà parallele sono tutti scomparsi con il loro portavoce. Purtroppo, è scomparso anche ciò che il parametro scientifico delle [variabili] rappresentava su un piano esistenziale: la lotta del libero arbitrio contro la cieca affermazione del Destino.

La quinta serie di Lost sembrava voler mostrare qualcosa: la Libera Scelta si inchina all’Ineluttabilità (del Destino se si pensa al presente, della course-correction se si pensa al futuro, anche qualora si sia in grado di pre-vederlo, del What Happened se si pensa a un passato che si prova a rimodellare), ma c’è una forza che potrebbe dare una spinta decisiva alla capacità umana di contrastare la sorte – questa forza sarebbe l’amore.
L’amore, che ha permesso a Jin e Sun di superare infiniti ostacoli; che ha permesso a Charlie di superare una morte prestabilita prima di sacrificarsi per la donna amata; che ha permesso a Jack e Kate di salvarsi la vita reciprocamente varie volte; che ha spinto Faraday a studiare i viaggi nel tempo, le costanti e le variabili; ma, soprattutto, che alla fine del percorso ha guidato ogni gesto di Juliet, con continui cambiamenti d’opinione e di scelta, fino a portarla sul luogo dell’incidente, tirandosi dietro tutta la banda, in primis l’amato James.

L'amore sembrava la chiave per aprire quella serratura impenetrabile costituita da una storia che s’era già fatta e che per questo, qualora fosse cambiata, avrebbe dovuto rappresentare un reset totale nelle vite degli artefici stessi di quel cambiamento. E anche in questa fase era un uomo di fede a portare avanti la battaglia scientifica contro il destino: Jack, l’uomo razionale per eccellenza, credeva ora ciecamente nella possibilità di cambiare il passato, in nome di un supposed to immotivabile e che nulla aveva di razionale e scientifico.
In questo momento, scienza e fede dunque convergevano in modo magnifico in una lotta non più fra la mente razionale e quella emozionale, bensì nella lotta maestosa dell’uomo contro il Destino, anch’esso in grado di racchiudere insieme scienza e fede, laddove rappresentava sia una Forza Superiore trascendente, che il naturalissimo processo secondo il quale l’Universo vuole stabilire le proprie regole ferree per mantenere il proprio equilibrio generale.

I colpi di Juliet sulla bomba sono stati gli ultimi istanti di questo sublime incrocio di prospettive. Ma riguardo l'esito di questo istante risolutivo, ogni soluzione sembrava introvabile, perché qualsiasi strada avrebbe creato troppe complicazioni.

La scena successiva, all’apertura della sesta serie, è stata l’aereo Oceanic 815 che sorvolava un’isola affondata. Sembrava proprio il compimento della vittoria della fede, del Libero Arbitrio, dell’Amore, della scienza “possibilista”, contro il bieco principio di conservazione dell’Universo. Ma dopo poco, eccoli tutti di nuovo lì, sull’isola, tutto come prima, da dove si era partiti. Vittoria e sconfitta insieme? Un pareggio fra Amore e Destino?

E allora si è pensato alle realtà parallele, al gatto di Schrödinger, alla possibilità, giustificata dalla fisica quantistica, dell’esistenza di più mondi, equivalenti e contemporanei, ma diversi. In molte cose addirittura speculari. Eventualmente generati da una stessa causa, con due conseguenze divergenti.
Alla fine, però, anche questa prospettiva ipotetica è stata smentita.

E allora cosa rimane? Rimane la sconfitta di Daniel Faraday: perché tutto è avvenuto così come sempre era avvenuto, così come doveva. E la sconfitta di tutti: le regole dell’Universo hanno prevalso sull’azione umana, sulla scelta umana, sull’amore umano. Lo spazio per la scelta, l’autoaffermazione, l’amore, è solo uno spaziotempo immaginario, o ultraterreno.

Ma allora – proviamo finalmente a ricostruire e ricollegare – cosa era successo veramente nella cornice di what happened? Proprio ciò che di più lineare, coerente e autoconclusivo si potesse immaginare:
i viaggiatori del tempo, loro nel periodo Dharma c’erano sempre stati, nessuno era un intruso della storia, tutti, i time-skippers e pure gli Ajira-4 avevano contribuito alla storia che aveva preceduto la loro stessa nascita e aveva condotto al contesto presente in cui si erano trovati dopo il crash sull'isola.
Vale a dire: la bomba era sempre stata portata alla stazione Swan, era sempre stata gettata nel pozzo, sempre inesplosa; Juliet era sempre precipitata giù, e i nostri erano sempre ritornati, con un ultimo skip di ristabilizzazione, al tempo cui appartenevano, una volta compiuto il compito e richiuso il cerchio; nel suo presente, poi, Juliet è morta, balbettando “it worked” perché già aveva visioni dello spaziotempo immaginario in cui, dopo la morte, i personaggi si ritroveranno e ricorderanno.

E sull’isola dei tempi Dharma? Semplice adesso ricollegare i pezzi: la bomba, rimasta sul fondo del pozzo, sarebbe stata utilizzata dagli scienziati della Dharma (Chang, e gli altri) per arginare la perdita. Come? Sarebbe stato cementificata l’area, e sarebbe stato costruito un sistema in grado di rilasciare piccole esplosioni dalla bomba a idrogeno, premendo un pulsante; si era calcolato che dopo 108 minuti senza alcun rilascio, l’incidente avrebbe riproposto i suoi effetti magnetici (infatti li vediamo sotto la Swan, negli anni 2000, uguali a come li vediamo esternamente alla stazione in fase di costruzione, negli anni '70), dunque era quello l'intervallo di tempo limite per la pressione; quando poi John Locke decide di non premere più il bottone, l’incidente riprende forma, e tutto sta per essere risucchiato nella falla, proprio come nell'episodio The Incident. Ma la Dharma ha costruito anche un sistema d’emergenza, la chiave fail-safe, che con ogni probabilità aziona la bomba in modo completo, lasciandola esplodere. Di conseguenza, l’interazione fra esplosione (controllata e canalizzata) e perdita di energia elettromagnetica genera un’implosione fortissima, che è quella che causa il colore violaceo del cielo e la distruzione della stazione Swan.

Ed ecco che l’incidente è definitivamente arginato. Ci si potrebbe chiedere: perché la Dharma non ha fatto esplodere la bomba? Per il timore, forse, di una conseguenza disastrosa. Il sistema failsafe sarebbe stata una misura estrema, per evitare una tragedia certa.

Forse allora qualcosa torna, e torna perfettamente. In alcuni casi non servono risposte esplicite per trovare una spiegazione. Eppure, quella lotta sublime che Jack, Faraday e Juliet portavano avanti, è un peccato averla vista scomparire così.

mercoledì 26 maggio 2010

Note di orientamento

Privo della presunzione di tracciare un riassunto o di offrire una chiave di lettura univoca circa le prime reazioni al finale, sento piuttosto il bisogno (come il papà di Miles, il simpatico dottore dai molti nomi nei filmati Dharma) di ringraziare Lost per aver orientato la mia vita di spettatore in queste sei stagioni. Grazie a Lost ho imparato a interlacciare il mio più o meno scarso bagaglio cultural-letterario, incamerato nella mia breve vita di lettore, alle conoscenze comuni di amici della prima e ultima ora, in una costruzione comunitaria della conoscenza che sa molto di moderno e di medievale allo stesso tempo.

Quindi, non potendo comparire in pellicola, cercherò di riportarvi ciò che di unanime mi è sembrato emergere in sede di commento da platee più o meno prestigiose, tutte comunque meritevoli di essere visitate e più o meno applaudite.


Una fine, in un modo o nell'altro, è stata scritta e anche il doppio congedo di “The End” ha confermato quanto questa serie tv abbia cambiato le regole e le modalità di narrazione telefilmiche.

La dimensione cooperativa Osservatori attenti - come gli autorevoli interventi di questo blog confermano – abbiamo cercato, in contemporanea agli spettatori di tutto il globo, di attingere risposte dall'Isola, creando teorie, cercando ora la via della fede, ora la via della scienza (ora la via dello spoiler), ma siamo ancora qui a discuterne...

La maieutica di Lost: scelta ponderata o di ripiego? Nodo spinoso che non ho la presunzione di sciogliere o di tagliare, rimane il fatto che Lost è probabilmente finito come doveva finire, ovvero in modo aperto e tutto sommato non ambiguo, confermando la tendenza a farci prima di tutto ragionare su quanto abbiamo visto, sposando l'indole di telefilm che crede primariamente al porre domande e al trasmettere suggestioni/emozioni, sfidando un destino che conduce tanto alla gloria di lodi sperticate quanto all'infamia da parte di chi alla fine non vede tornare tutti i conti (e non sa nemmeno sorridere all'idea che possa essere tutto un sogno di Vincent...).

Lostmania Comunque sia andata ... è Lostmania! A tal proposito, riferendomi all'omonimo sito web che mi permetto pubblicamente di ringraziare per l'ottimo lavoro svolto, ne traggo alcune annotazioni che hanno creato tale febbre, annotazioni: circa i legami che le persone hanno creato e che rimarranno eterni e per sempre; circa l'Isola quale luogo di conoscenza di se stessi e degli altri (!); circa i bei momenti di “epifania” di personaggi che nella "realtà alternativa" ritrovano tutte le loro connessioni, tutte molto emozionanti; circa la crescita e la sostanziale redenzione che vivono i protagonisti. Ma come per ogni cult di rispetto le domande inevase rimangono tante, con la storia (intesa come intreccio) che sembra essere stata messa sempre più da parte, finendo con l'apparire addirittura colpevolmente lacunosa, per puntare invece, come in un grande gioco di ruolo (il gioco molto più bello pubblicizzato da Locke?), sui personaggi e sulle loro relazioni e legami.

Il sacrificio finale Da Twin Peaks a Lost l'immolarsi per il bene degli altri, azione dai riflessi prettamente cristologici, sembra essere diventato un marchio di fabbrica. Del resto tutti i racconti che più o meno filosoficamente come il Vangelo (si badi, ci sono sia i sinottici sia il più filosofico Giovanni nel quale - lo ricorda Aldo Grasso sul Corriere citando Gv 18,14 – si sostiene che “è meglio che un uomo solo muoia per il popolo”) ricercano una chiave di lettura assoluta sulla vita e sulla morte finiscono quasi inevitabilmente per percorrere questa via sacrificale. Il finale sembra in tal senso intraprendere volutamente il cammino teosofico-paradisiaco anzichè quella apocalittico. Emozioni, ricordi di vita e di morte sono brillati nei nostri occhi come in quelli dei personaggi che abbiamo imparato a conoscere ed amare lungo la Serie. Dall'accogliente Chiesa aperta alla Luce, i “nostri eroi” si salutano e ci salutano per proiettarsi nell'Oltre, ma anche, un po' come fanno gli attori alla fine di uno show, per raccogliere lo sperato applauso, visto che l'Isola, prima di ricongiungerli grazie al sacrificio di Jack il Pastore e all'intermediazione di molti altri, li ha duramente messi alla prova. E con un magistrale coup de theatre ecco che addirittura il tempo e forse anche lo spazio vengono annullati.

Ancora incredulo, confesso che è stato il mio personaggio preferito, Desmond, il primo che dal profondo della botola, spinto dall'amore per Penny, mi ha fatto sperare in un finale così luminoso.


martedì 25 maggio 2010

Ha funzionato (?)

Onorato dalla presenza di cari e stimati compagni di viaggio dentro Lost in occasione della visione, rigorosamente collettiva, della doppia puntata finale, è ben presto scattata in me una domanda, che oltretutto ricalca una delle battute più gettonate dai nostri eroi negli ultimi tempi: "Ha funzionato" punto interrogativo (?).
Quasi inevitabilmente, vittima in questi giorni di qualche linea di febbre ma soprattutto dell'epidemia scatenata da sei Stagioni di Lost, non posso che muovermi su più piani di risposta!

SI, ha funzionato!
Anche noi spettatori, come in definitiva i protagonisti, ci siamo (ri)trovati in un grande salone per vivere l'ultimo atto di una allucinazione collettiva, sostanzialmente contemporanea a quella di tanti altri spettatori globali, riassaporando le emozioni più belle, quasi succhiando il midollo della Serie.

NO, non ha funzionato!
Le risposte promesse o semplicemente attese non sono di certo arrivate e, a ben vedere, i veri Losties siamo noi spettatori, persi nei meandri di una Serie spiazzante ed eternamente altra nel suo divenire, Serie che ha finito per raschiare il fondo del barile... del pozzo e dell'Isola! Quali novelli Fantozzi, saremo ab aeterno condannati a rigirare le scene madri da noi distrutte di questa ... boiata pazzesca!

FORSE ... il finale non ha tradito il senso del Viaggio e da un lato ha incarnato un desiderio, nemmeno tanto recondito, di dare senso di pienezza e autenticità al tempo del nostro vivere, dall'altro ha tentato di scacciare quel senso nichilistico della Morte, che - mi sembra di poter affermare - ci viene Cristianamente (C maiuscola, ovvero grazie all'intercessione di Christian Shepard) restituita in Lost come il dono di una consapevolezza superiore: anche nel caso di noi spettatori, l'attribuzione di senso/meaning c'è chi la realizza ("Ma siamo reali, papà?") prima, chi molto dopo, chi poco o per nulla.
FORSE ... abbiamo assistito al momento escatologico (della rivelazione finale) del così dibattuto (vedi i fortunatamente vivaci post precedenti) EPOS lostiano, quello nel quale giunge il tanto atteso chiarimento (la porta aperta sulla luce dell'Oltre) col Padre (incontro topico narrato dalla Bibbia a Star Wars si parva licet componere magnis).

IN DEFINITIVA, ci siamo misurati – e quasi spremuti oserei aggiungere - con una Serie dalla struttura narrativa fortemente d'impatto (potreste rileggere in tal senso il post di Virginia sulla letteratura potenziale), tramite cui l'Isola viene dipinta ("Picture a large large box") quale luogo (distopico più che utopico), dove tutto può accadere, ma primariamente quale passerella, traghetto, Limbo, luogo di transizione insomma, verso la Morte, nella riscoperta delle proprie (antichissime! esoteriche?) radici.
C'è poi, a mio modesto avviso, la necessità o per così dire l'obbligo morale di “fare i conti” con la propria vera identità, mostruosa o angelica che sia.
Forse tutti noi siamo da sempre scrutati, come Jack, dal Jacob di turno, quasi fosse anche lui un membro della Dharma in attesa del cambio.
Forse solo così la vita del tipo off Island (a prescindere dalle sue assai labili, mutevolissime e MOLTEPLICI COORDINATE SPAZIO-TEMPORALI) può sincronizzarsi con quella totalità (primigenia, innata, fatale?) scaturente dall'Amore che alberga solo in posti del tipo on Island, per permettere a TUTTI, vivi e/o morti, il proprio trapasso, inteso quale superamento del proprio mare e del proprio orizzonte, placando finalmente voci e sussurri.

L'iniziale aprirsi e il definitivo chiudersi, dopo sei lunghe e memorabili stagioni, dell'occhio di Jack il Pastore mi ha recapitato dall'Isola questo personalissimo message in a bottle: il GRANDE LOOP (The Circle, narrativamente e metanarrativamente parlando: battute, ruoli, personaggi, alchimie dharmiche e non, il tutto nel segno dell'intercambiabilità) che sembra caratterizzare questo posto così speciale va PROTETTO in ogni modo e il tappo eventualmente sturato va prontamente riposizionato, altrimenti il cerchio non si chiude e la Morte non porta ad una nuova Nascita, ma solo ad un triste e forse scontato bilancio, che ci rendiconta quanto l'Uomo arrivi, distrugga, combatta per poi congedarsi sempre nello stesso mo(n)do.
Con un po' di gusto per la suggestione, l'Uomo è chiamato, in questa tragica modernità, a riscoprire la sua missione di custode della Vita, di pastore... uno Shepard!

CUSTODIRE PER CREDERE sarebbe proprio un ottimo slogan per riempire il post scriptum delle mie ultime sempre più deliranti cartoline dall'Isola e addolcire l'amaro in bocca lasciato dall'assenza dei simpatici portoghesi ... questa volta, solo rottami sulla spiaggia!

venerdì 21 maggio 2010

Curiosity killed the cat!

Gli hacker shippano per la nostra coppia preferita d'autori!!!
Boutade a parte ... è stato lanciato un allarme sicurezza. Pare che parecchie pagine web, contenenti in teoria succose anticipazioni riguardanti il GRAN FINALE, siano in realtà mirror pages. Così, mentre si cercano informazioni riguardanti "The End", è possibile beccare un bel malware!!!

E' evidente (o forse no??? ) che l'intento fraudolento non abbia alcuna attinenza con Lost ma ... è curioso che proprio il web sia diventato "The Punisher". Un antieroe in difesa del lavoro del Gatto e della Volpe!!!

La fuga di notizie, in qualsiasi ambito, c'è sempre stata e sempre ci sarà. Così, nonostante i ripetuti appelli all'astenersi dallo spoilerare selvaggio (lo spoiler segue, comunque, le regole di domanda ed offerta), alcune anticipazioni son state divulgate.

Lostpedia - onde evitare che qualche buontempone infilasse, in alcune pagine, qualche spoiler - ha inibito il processo di editing agli utenti che si son registrati dopo una determinata data.
I giornali ed i siti d'informazione sono stati molto attenti nel riportare la notizia riguardante le famose pagine pubblicate da Macchianera (in passato non è sempre stato così. Quindi si è immolato mio marito. Ha letto prima lui l'articolo apparso sul Corriere. Dopo il via libera - luce verde: è spoiler free - ho letto anch'io!)

Confesso che in passato ho letto spoiler.

Quando iniziavano a girare voci in merito alla morte di qualche personaggio importante. Regolarmente, nelle ipotesi presenti nei vari forum, veniva dato per spacciato il mio adorato Sawyer. E se così fosse stato ... dovevo esser preparata! (ragazzi, è bello analizzare, discutere, ipotizzare ma ... francamente anche l'occhio vuole la sua parte! eh eh eh)
La morte di Mr.Friendly me la son bruciata in questo modo.

Oppure, in un periodo non sospetto (era una fine d'agosto) avevo letto un articolo sul blog di Darkufo. Non pensavo che ad agosto potessero girare spoiler megagalattici e soprattutto mai avrei immaginato che potesse arrivare dalla Sig.ra Dos Santos!!! Invece mi sbagliavo. Mi son bruciata così la sopresa del morto nella bara!!! Ad agosto ovviamente non avevo dato peso alla cosa ma quando iniziarono a girare strane voci riguardanti l'identità del morto nella bara ... cominciai a ripensare a quell'assurdo articolo e "vuoi vedere che il morto è veramente Locke?". Bingo! Altra sopresa bruciata!

Per non parlare degli amici "rana dalla bocca larga"e pure accaniti cacciatori di spoiler. Un connubio spaventoso! Li devi evitare come la peste. Sono quelli che parlando del tempo, come un fulmine a ciel sereno, ti infilano una frase bastarda "ahh, lo sai che il morto nella bara è Locke?" (questa la sapevo già, per fortuna!)


Ma ... cercare spoiler riguardanti il GRAN FINALE, a pochi giorni dal GRAN FINALE ... è da veri stupidi!
Curiosity killed the cat e, in questo caso, credo nessuno possa dire satisfaction brought it back!!!


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